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Vita quotidiana ed abitudini alimentari nella Sicilia Siculo-Normanna

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Guglielmo II, Re di Sicilia ebbe come precettori due alti prelati: il francese Pietro di Blois e l’inglese Walter Offamilio. Walter divenne, in seguito, Arcivescovo di Palermo ed a lui si deve la ricostruzione della Cattedrale di questa città. Pietro, uomo di lettere ed intellettuale di vasta cultura, dopo alcuni anni, vissuti alla corte di Palermo, lasciò precipitosamente la Sicilia a causa di alcune congiure, nelle quali, a torto od a ragione, fu coinvolto. Riparò in Inghilterra e non serbò un buon ricordo dell'’Isola; a quanti gli chiedevano di ritornare egli rispondeva che non l’avrebbe mai fatto, elencando diversi motivi dovuti al carattere infido della gente ed alla stessa natura avversa della terra. Tra le altre cose, giudicava aspro il vino di Sicilia e stigmatizzava le abitudini alimentari degli isolani scrivendo: La vostra gente sbaglia nell’attenersi ad una dieta misera perché si nutre di una grande quantità di sedano e di finocchio  che costituiscono quasi tutto il suo sostentamento; questi cibi generano un  umore che fa imputridire il corpo e lo conduce sull’orlo di gravi malattie e della morte stessa...
In verità Pietro di Blois non gradiva l’ottima insalata che ancora oggi è presente, soprattutto nelle tavole dei Palermitani. Inoltre non indicava una dieta alternativa adeguata anche alle possibilità economiche della popolazione di allora.
La critica alle diete alimentari, in uso a Palermo nel Medio Evo, non era certo una novità: circa due secoli prima  Ibn Awaqal, viaggiatore, mercante e cronista iracheno, visitando Palermo (972-973), notava il grande numero di botteghe di macellai, circa centocinquanta; ma ciò che lo stupiva ancor più era  il gran mangiare di cipolle che quotidianamente faceva la popolazione panormita: E’ veramente codesto cibo, di cui sono ghiotti e che mangiano crudo,  che guasta loro i sensi: Non vi è tra loro uomo di qualsivoglia condizione che non ne mangi ogni giorno e non ne faccia mangiare  mattina e sera a casa sua: ecco ciò che ha offuscata la loro immaginativa; offesi i cervelli; perturbati i sensi; alterate le intelligenze; assopiti gli spiriti; annebbiati i volti; stemprata la costituzione in misura tale che quasi mai vedano le cose in maniera diritta...

Non tutti però la pensavano a questo modo, ad esempio: Ugo Falcando, uno scrittore non siciliano, ma da molto tempo residente a Palermo, scrisse, nella primavera del 1190, un’epistola, a Pietro, tesoriere della Chiesa Palermitana, elogiando con nostalgia,  in uno stile che ricorda Tacito, lo splendore della città di Palermo durante il periodo dei Re Normanni, tra le altre cose, descrive anche la dovizia di frutta ed ortaggi che gli abitanti erano usi coltivare per il consumo. Così descriveva i giardini gli orti ed i loro prodotti: vigne a cespugli, orti fertili, cetrioli, cocomeri, melloni di forma quasi sferica e zucche appese a canne intrecciate (come oggi!) molto estese in lunghezza, melegrane e poi ancora cedri che ispirano caldo per l’odore ed il colore della buccia esterna, mentre all’interno il succo acidulo dà sensazione di freddo, e la parte intermedia è temperata. I limoni con la loro agrezza, danno sapore ai cibi, e le arance piene di succo aspro dilettano la vista con la loro bellezza più di quanto sembrino utili ad altro. (forse non vi erano ancora le specie odierne)   ed ancora proseguiva citando: noci, mandorle, diverse specie di fichi, e olive per l’olio di condimento e per le lucerne.  ...I legumi, dalla dolcezza insipida sono un  ignobile  frutto che alletta la gola dei contadini e dei fanciulli. ...palme alte con datteri, e canne (cannamele) il cui succo cotto con accuratezza, si trasforma in una sorta di miele ed infine, zucchero.
Dal canto loro i Normanni, per loro stessa origine, ...sopportano la fame, ed il freddo, se la circostanza lo richiede, sono dediti alla caccia  ed all’addestramento dei falconi  e godono dello sfarzo di avere cavalli, bardature militari e vesti…(Goffredo Malaterra cronista a seguito di Ruggero il Gran Conte e Roberto il Guiscardo).
Sappiamo che nella loro dieta era presente la zuppa di farro e che bevevano il sidro, un vino frizzante fatto con le mele, ancora oggi prodotto in Normandia.
La vita quotidiana delle famiglie di contadini era quanto mai semplice: le loro case, erano spesso costituite da mono locali con un tavolo per il pranzo, con attorno dei sedili, un cassettone, se occorreva, una culla, la madìa, e quindi pentole, scodelle, brocche di terracotta, smaltate o invetriate. Spesso si cucinava all’aperto, fuori dalla casa. La dieta era a base di erbe commestibili, e cereali, ma non mancava la carne di montone, o di maiale, per chi non osservava la legge coranica. Si consumavano anche formaggi e pollame; poco pesce. Tuttavia, in una delle canalette che smaltivano le acque della fontana sita nella sala tetrastila della Zisa, al terzo piano, si sono ritrovati gusci di molluschi. I cibi venivano cotti per bollitura, (lessi e stufati), l’arrosto era poco usato.